Giovedì, 30 Gennaio 2020 17:55

L’odore dell'ora d'aria in carcere

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Scendo le scale di ferro per raggiungere l’aria, la pioggia della sera prima da un odore di pulito al cemento armato dei muri malandati.

Mentre passeggio avanti e indietro a tratti si sente il profumo di calce fresca, ma anche il fumo delle sigarette degli altri detenuti che camminano come me per sgranchirsi le gambe o per riscaldarsi per la solita corsetta.
Mi fermo in un angolo per fare un po’ di stretching e sento l’aroma del pane fresco, dopo qualche istante arriva un venticello soffice che porta un mix di fragranze difficile da decifrare, allora mi concentro sulla respirazione, sincronizzo l’inspirazione con il soffio del vento.

Il primo odore che prevale su tutti e quello del pane fresco, ma poi arriva quello fastidioso del catrame bruciato, si riconosce anche quello dell’aria, della terra bagnata, del verde del’erba e delle foglie che cadano dagli alberi.
Mi sdraio sul tappetto ginnico a pancia in giù per fare degli esercizi specifici e girando la testa da una parte faccio un respiro lungo e di colpo mi sembra di sentire il profumo della sabbia del mare, che mi riporta a dei ricordi bellissimi, che quasi stavo per dimenticare.
L’effluvio più imponente è quello delle sigarette con il loro fumo, ogni tanto percepisco tracce di deodoranti, di dopobarba, ma anche la puzza del sudore, quando qualcuno mi si avvicina per scambiare due parole, dopo un’ora di allenamento. Ma quello che persiste nelle narici e della discarica all’orizzonte e il fumo che produce.

E poi in carcere non ci sono tanti odori da identificare essendo un posto limitato e un mondo marcio che porta alla limitazione della vista e dell’olfatto.

M . A. P.

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Emergenza o libertà  - Rivista n° 14 (Marzo 2020)

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