Giovedì, 27 Febbraio 2020 16:22

Mi capita di vedere … nell'area verde del carcere di Torino

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Photo by Chang Qing on Unsplash Photo by Chang Qing on Unsplash

Ci sono circa 35° e sono ancora le 10:00 di mattina quando mi reco presso la sala (centrale) per incontrare i miei cari. Incontro altra gente, sono tutti vestiti eleganti e mentre avanzo, mi rendo conto che il giardino e rigoglioso e ben curato. D’altronde il verde nelle ville deve essere sempre così, al contrario nessuno prenoterebbe per trascorrere una giornata all’aria aperta come quella che trascorrerò io con i miei cari.

Subito mi avvicino a loro, ci siamo tutti preparati per questa giornata, e la prima cosa che tutti facciamo e di accomodarci sotto una specie di chiosco fatto in pietra e circondato da piante profumate.
I camerieri sembrano delle api, girano e rigirano con i loro vassoi in mano per offrire a chiunque incontrino una bibita fresca come aperitivo, io ne vorrei prendere subito una e invito gli altri a farmi compagnia nel sorseggiare il drink ghiacciato, ma i camerieri ci sfiorano senza fermarsi. Subito dopo mi giro, vedo i miei nipotini giocare con delle oche nei pressi di un laghetto artificiale, che mattacchioni penso, sempre pronti a inventarsi qualcosa di nuovo, però stanno attenti a non bagnarsi, e mi chiedo come ci riescano. Comunque non vedo l’ora di entrare in questa immensa villa per assaporare le pietanze del luogo, nel frattempo mi accorgo che arrivano altri parenti. Finalmente siamo tutti lì riuniti, è una cosa che accade spesso nelle famiglie numerose, dove non manca mai qualche evento capace di riunire tutti insieme.

Decido di alzarmi per camminare in quella specie di oasi incontaminata che è quel giardino, invito la mia compagna a seguirmi, è un’abitudine che mi porto dietro da sempre, credo che non ci sia cosa migliore di una bella passeggiata con accanto la persona che ti ama. Vorrei rilassarmi insieme con lei, accendermi una sigaretta e chiacchierare un po’, ma ad un tratto mi rendo conto che non ho le sigarette e neanche l’accendino, inoltre la strada che ho imboccato e proprio corta, non è facile passeggiare comodamente, forse è meglio sedersi nuovamente. Non lo so, ma ogni volta che mi alzo, mi sento osservato.
Non vedo l’ora di pranzare e di andare via da questo luogo insieme ai miei cari. Abbiamo sempre fatto così in fondo, alla fine degli eventi un bel giro in macchina sul lungomare della mia città con la solita fermata in gelateria, ma pazienza, dovrò ancora aspettare un po’ di tempo, il tempo di pranzare con tutti tra risate e qualche bicchiere di vino rosso.

Mi accorgo però che i tavoli sono tutti vuoti, e intuisco che per un attimo ho visto solo quello che avrei voluto vedere. Quello che in pratica ero abituato a vedere tempo fa, quando ritrovarsi tutti insieme, significava qualcosa di importante, era in altre parole sinonimo di festa, di evento.
Apro gli occhi e decido di guardare in faccia la realtà. Anche se alcune cose mi riportano indietro, trovo la forza di accettare il luogo che sarebbe semplicemente il giardino dell’area verde dei colloqui del carcere di Torino.
Un luogo fatto bene, messo a punto e curato probabilmente con il solo scopo di far sentire a casa (o liberi) tutti coloro che vi ci mettono piede, anche se solo per un paio di ore. Adesso dunque mi rendo conto di tutti quei camerieri sordi, delle sigarette che non trovavo, dei miei nipoti che non si bagnano e dello spazio ridotto e non consono alle belle passeggiate da troppo tempo, rimaste solo un miraggio.

G. D. C.

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Emergenza o libertà  - Rivista n° 14 (Marzo 2020)

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