Martedì, 24 Ottobre 2023 18:39

Inevitabile libertà

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Foto di Egor Myznik su Unsplash Foto di Egor Myznik su Unsplash

Un compagno esce di carcere, la sua liberazione è vicina: è l’autunno del calendario, in cui gli ultimi fogli cadono, trascinandosi dietro i giorni, le ore di una detenzione che volge al termine, verso l’inevitabile libertà.

C’è una frase, un monito granitico istoriato nelle metaforiche tavole delle leggi non scritte della prigione, onnipresente quanto il “la legge è uguale per tutti” nei tribunali, che fa parte di quella saggezza popolare che viene tramandata instancabilmente e che perciò è sempre bene ricordare: “in galera non si viene a farsi degli amici”. Questa frase mi colpì particolarmente quando la sentii per la prima volta, agli albori della mia detenzione. Decisi di stare al gioco, sono una persona solitaria per natura, e in fin dei conti non è che cercassi dei compagni con cui condividere le mie sventure, come recita un altro vecchio adagio dei detenuti: “qui vi ho trovato e qui vi lascio, io mi faccio la mia, e voi la vostra.” 
 
La realtà però non segue sempre il binario che ci aspetteremmo, e l’imprevisto è da tenersi in conto. L’imprevisto in questo caso è quella materia altamente instabile e difficile da maneggiare che si chiama affetto, un sentimento che è difficile manifestare, provare, e addirittura riconoscere con sé stessi, soprattutto se nasce dietro le sbarre, dove la maschera del detenuto si impone, e più che di amici si sente parlare di “compari”, quelli che fanno parte della propria “batteria”, e con cui si “cammina insieme”. L’amicizia è qualcosa di molto più profondo di questo, un germoglio difficile da coltivare, ma che sa trovare il modo di aprirsi la strada e crescere anche nel refrattario cemento del carcere. 
 
Amicizie particolari poi, che nel corso del tempo possono assumere sempre più i tratti di una predestinazione, anche per il più scettico o fatalista dei detenuti. Interessi molto simili negli hobby, nelle letture, nel modo di leggere gli avvenimenti e affrontare la vita, ci si contagia e ci si sostiene nelle difficoltà private e personali. Nel mio caso questo si è trasformato in uno scambio che definirei paritetico, nonostante la mia maggiore età non sono mai arrivato completamente a considerare l’amico in questione come un fratello minore, perché dalla sua lettura spesso brillante e stupefacente delle cose che lo circondano ho potuto apprendere più di quanto inizialmente pensassi. È proprio grazie a queste amicizie si può riscoprire una fiducia nel prossimo che si era relegata all’idea di concetto astratto, inapplicabile nella realtà di tutti i giorni, e non solo qui, tra i “malviventi”, ma anche nel fuori del mondo libero. 
 
E ora questo collega/compagno/amico si avvicina alla sua liberazione, e le emozioni come logico sono tante, troppe, tutte mescolate tra loro. Ci si vergogna per quella vena egoistica che si percepisce nel non voler perdere un amico, perché alla fine di questo si tratta, una separazione, magari temporanea , magari no, un piccolo lutto cui si deve far fronte, una sensazione che è comunque sormontata dalla gioia di vederlo uscire sereno, con tanti nuovi progetti e idee, e tutto quel bagaglio di emozioni e di esperienze che si sono vissute assieme che forniscono un vero e proprio tesoro, un arricchimento della propria persona, del proprio io, della propria visione del mondo. Gli ultimi giorni scorrono, anche troppo veloci, più di quanto si vorrebbe. È strano, si dice che la galera non passa mai, che sembra di essere sempre fermi, ma ora questo tempo fluisce via veloce, e si vorrebbe qualcosa di più. 
Se mi soffermo sul pensiero dei giorni di condanna che trascorrerò senza questo sostegno tutto mi pare grigio, ma la sensazione è solo passeggera, le mura non sono un ostacolo all’amicizia, solo un piccolo contrattempo. Il tempo può ossidare le sbarre, incartapecorire il cemento, non un legame. 
 
I. M.

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