Giovedì, 01 Aprile 2021 16:22

Il lavandaio: flashback di un tirocinio in carcere

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Il primo lavoro che ho svolto in carcere per una ditta esterna è stato quello di lavandaio, tutto è iniziato con la partecipazione ad un tirocinio.

Come ogni inizio la parte teorica è stata quella da cui si è partiti: durata, descrizione del progetto e finalità gli argomenti trattati, poi mano a mano con il trascorrere del tempo si sono affrontate le specificità del mestiere. Dalla lettura e comprensione delle etichette dei capi che sarebbero arrivati in lavanderia alle stoffe di cui erano fatti, in modo da distinguere il tessuto e il programma di lavaggio da usare.

Poi a distanza di qualche giorno si è passati alla conoscenza dei vari programmi e alla descrizione dei diversi cicli di lavaggio. Il passaggio successivo ha riguardato la comprensione dell’utilizzo dei prodotti chimici durante il lavoro, la loro pericolosità e i rischi connessi. Imparando il significato dei segnali rappresentati sulle confezioni, alcuni di essi risultavano generici e le indicazioni per il loro utilizzo erano facili da apprendere.

Infine, come ultima lezione teorica, ci è stato presentato un cartellone colorato con la scritta “Norme e dispositivi di sicurezza sul lavoro”. Leggere quelle parole mi ha riportato indietro nel tempo ad un ricordo ormai sbiadito, un corso che avevo fatto “fuori” presso la ditta per cui lavoravo.

Completata la parte teorica, definita da tutti noi tirocinanti “noiosa”, ma indispensabile per svolgere al meglio le mansioni assegnate e non incorrere in incidenti per le persone o per l’oggetto del nostro lavoro, si è passati alla pratica vera e propria.

L’inizio non è stato come ce lo immaginavamo. Eravamo un gruppo di detenuti dai gusti difficili alle prese con capi di abbigliamento e lenzuola sporche; le commesse dell’azienda riguardavano RSA, alberghi e privati. E forse la poca attenzione nella parte teorica ce lo aveva fatto scordare, pensando che sarebbero arrivati solo articoli di alberghi.

Una volta giunti i capi si iniziava la cernita, dividendo quelli che necessitavano di essere messi a mollo per essere smacchiati con i vari agenti chimici da quelli che potevano essere subito lavati senza bisogno di un trattamento specifico prima. Quindi si passava alla programmazione del lavaggio nelle lavatrici industriali o alla lavasecco. Le difficoltà iniziali erano proprio quelle di ricordarsi tutti i programmi disponibili descritti in aula, per cui nell’immediato erano i responsabili a compiere questo passaggio. Spesso durante la cernita venivano individuate lenzuola e vestiti che presentavano macchie che necessitavano di un intervento maggiore, su alcuni tessuti si poteva intervenire con del semplice sgrassatore e del vapore caldo, invece per i tessuti più delicati si dovevano usare degli smacchiatori appositi. Terminato il ciclo di lavaggio gli indumenti venivano posizionati nell’essiccatoio per asciugarli, dopodiché le lenzuola andavano prelevate e portate in un altro locale per stirarle con il mangano o al banco stiro. Finito anche questo procedimento, si piegavano per poi formare pacchi da dieci pronti per la consegna immediata.

Grazie a questo progetto ho potuto provare un’esperienza che mi ha permesso, nonostante il luogo in cui mi trovassi, di apprendere e possedere nuove conoscenze lavorative, che, forse, in futuro si potranno rivelare una possibilità spendibile nel mercato del lavoro.

Le occasioni per avere un percorso diverso dal solito, dal classico galeotto dell’opinione pubblica, in carcere possono esserci, probabilmente sono ancora per troppo pochi, ma non bisogna disperare e cogliere o costruirsi le opportunità anche “dentro”.

Redazione

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