Mercoledì, 08 Novembre 2017 14:55

Lavoro in carcere: quando il lavoro rende liberi

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Ci sono i luoghi comuni e c’è la realtà. Entrambe si basano su numeri, ma una diversamente dall’altra riflette una fotografia sfocata. Questa distinzione si applica perfettamente a coppie di parole come carcere e lavoro, detenzione e libertà. Usate spesso a piacimento per descrivere riflessioni nate dalla pancia o per uso politico.

Come sempre analizzare i numeri può essere un aiuto per essere un po’ meno confusi ed avere una visione d’insieme più completa e meno alterata. Di questo si è ragionato martedì 7 novembre presso la Sala dei Presidenti di Palazzo Lascaris (Sede del Consiglio Regionale del Piemonte) a Torino, in occasione della conferenza stampa “Quando il lavoro rende liberi”, sul reinserimento dei detenuti in Italia ed in particolare in Piemonte. Riflessioni a cura di Bruno Mellano, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio Sociale “Giotto” di Padova, Paola Lassandro del Consorzio Abele Lavoro, Gianluca Boggia della cooperativa Extraliberi e referente per Freedhome, Piero Parente della cooperativa LiberaMensa.
Ebbene i numeri sembrano essere chiari a oggi “il tasso reale di disoccupazione nelle carceri italiane è del 96%, escludendo i Servizi d’Istituto e la manutenzione ordinaria e conteggiando gli articoli 21”, come sottolinea Boscoletto dato che sembrerebbe certificare l’idea che “in galera bisogna marcire”. Eppure per chi un lavoro ce l’ha, i dati sulla recidiva possono fare capire, come il lavoro stesso debba essere, e quando c’è lo è, un basilare tassello dell’attività trattamentale. Per chi lavora la recidiva scende dal 70/80% al 15 ed in alcuni casi all’1%. Numeri da tenere in grande considerazione per le ricadute a livello sociale, “una recidiva minore significa anche meno spese di sanità, processuali e della giustizia. Se si torna a delinquere le spese per eventuali cure alle vittime, per i processi e per una nuova reclusione ricadono sulla collettività. Facendo lievitare le spese della Giustizia che per difetto si possono quantificare in 4 miliardi di euro, ma che non conteggiano questi costi. Allora perché non partire da quanto di buono è già presente? Forse perché negli ultimi decenni il tema carcere è sempre stato presentato e trattato dal punto di vista prioritario della sicurezza, per farne oggetto di consenso politico?”. L’esperienza del Consorzio Giotto è una di quella eccellenze di cui tenere conto: attraverso le cooperative consorziate impiega tramite regolare assunzione nelle attività interne alla casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova circa 150 persone.
A rispondere riportando l’esperienza della cooperativa LiberaMensa, che da ottobre del 2016 gestisce un ristorante interno alla casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino è Piero Parente. “Il lavoro all’interno, riferito soprattutto alla parte domestica, è visto come luogo di sopravvivenza, circoscritta all’esperienza carceraria e non come risorsa per il reinserimento. Mentre proprio sul lavoro come opportunità trattamentale bisogna insistere, senza cercare soluzioni semplicistiche o demagogiche e di questo mi pare che il carcere stia prendendo atto, essendoci maggiore volontà in tal senso”.
A riprendere e arricchire quanto emerso è Paola Lassandro del Consorzio Abele Lavoro, di cui fa parte la cooperativa Arcobaleno che a Torino gestisce il servizio porta a porta della raccolta carta. “In passato la percentuale di soggetti svantaggiati impiegati era circa del 90% oggi è del 40% ed una grande parte è composta da persone con problemi di giustizia”. Consorzio e sue cooperative da sempre attente a innovazione e sociale. “In questo periodo in merito allo sviluppo si sta pensando di allo produzione di fitofarmaci”. Realtà che crede fortemente nel lavoro di rete come strumento per la creazione di buone prassi, perché quello che c’è e funziona dovrebbe continuare ad esistere. “Lavorare insieme è quello che può portare un valore aggiunto, dando vita a buone prassi. Come Consorzio Abele Lavoro da anni operiamo in rete con la cooperativa Eta Beta, il Consorzio Sinapsi, Fondazione Casa di carità, Forcoop e Consorzio Kairos su progetti di inserimento lavorativo per persone con problemi di giustizia. Una co-progettazione, condivisione e modalità di lavoro, dove ognuno mettendoci del proprio, permette di dare vita ad inserimenti lavorativi di senso. In passato ad esempio gestendo uno sportello specialistico – Sportello carcere: servizio che offriva a detenuti a fine pena  percorsi di orientamento e reinserimento lavorativo  che iniziavano nell'ultimo periodo della detenzione e proseguivano fino all'inserimento nel mondo del lavoro -. Progettazioni che hanno e continuano a funzionare, ma che oggi sembrerebbe vogliano essere smantellate per nuovi modelli. Ma sempre di più per evitare che progettazioni o bandi pubblici non vadano incontro alle persone, bisogna tornare a operare insieme (pubblico e privato) per fare dell’inserimento lavorativo un’opportunità di reinserimento”.
A sottolineare come il lavoro possa creare opportunità per le persone che lo abitano è Gianluca Boggia referente per il progetto Freedhome. “Oltre la diminuzione dei tassi di recidiva, il lavoro cambia la vita del detenuto, in termini di salute, relazioni e reddito. Bisogna promuovere un’altra concezione del lavoro in carcere, dove l’economia carceraria possa essere una chiave per ripensare in modo più efficace il sistema penitenziario italiano”.
Ulteriori esperienze e considerazioni con le parole di Marco Ferrero di Pausa Caffè, cooperativa attiva all’interno di alcune carceri piemontesi: ad Alessandria, Saluzzo e Torino. “Perché l’inserimento riesca e dia una speranza bisogna lavorare anche sul fuori, per fare in modo che il fine pena non diventi un momento critico e per fare questo bisogna costituire dei tavoli di lavoro”.

Esperienze analoghe a quella di Letter@21 che … attraverso il lavoro #sprigionalescritture.

G. B.

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