Giovedì, 18 Giugno 2020 17:35

La seconda volta

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Dopo molti anni dietro le sbarre uscire in liberta è il sogno di ogni detenuto, nonostante non si sappia cosa ti aspetti fuori, il desiderio di ritrovare la liberta è il chiodo fisso che accompagna tutto il tempo della detenzione.

La prima volta che sono uscito dal carcere, dopo molti anni, ero contento, ma le difficoltà non tardarono a presentarsi, mi sentivo un pesce fuori dall’acqua, ero a disagio, non riuscivo ad avvicinarmi alle persone ed i miei discorsi non centravano nulla con il mondo esterno, mi ci è voluto un po’ di tempo per ambientarmi. Avevo promesso a me stesso che in carcere non ci sarei più tornato, ma come si dice: “non fare promesse se non le puoi mantenere”.

La pandemia mi ha costretto a rimanere di nuovo in carcere ventiquattro ore al giorno, stavolta senza avere sbagliato nulla o commesso reati. È stata dura ritornarvi nuovamente. Anche perché all’interno ho contratto il virus del covid-19. Tre mesi che sono stati più duri di molti anni passati dietro le sbarre. Ritrovarmi positivo al covid-19, dopo due anni che usufruivo delle misure alternative, è stato psicologicamente devastante, portandomi al limite.

Se la voglia di uscire dal carcere la prima volta era stata tanta, questa volta rappresentava il sogno della vita, non desideravo altro. Solo essere curato ed uscire da quell’incubo, mi sembrava di essere caduto in un pozzo nero, senza fondo, dove si continuava a precipitare all’infinito.

Una volta fuori da quelle mura, dopo essere guarito, tornando ad usufruire dei benefici previsti dalla Legge, ero spaesato, agitato, tremavo, volevo volare, allontanarmi da quel posto che mi aveva logorato, ma non ci riuscivo, le gambe erano come paralizzate.
La mente ricordava il dolore subito e non si collegava al corpo, in quei momenti il terrore che vedevo negli occhi delle altre persone non mi aiutava per nulla. La mascherina, la distanza di un metro, la paura delle persone, mi ricordavano la sofferenza passata all’interno della “sezione Covid” in carcere.
Non riuscivo a concepire che tutto questo era passato e ora dovevo guardare avanti.
Ero fuori, ma la mente non aveva la forza di lasciarsi alle spalle i ricordi: le urla, le lamentele delle persone malate, le chiavi che chiudevano i cancelli, il suono del saturimetro e la continua misurazione della febbre.
Finito l’incubo, alla porta, appena uscito, il sole della liberta mi riscaldava, il vento mi accarezzava il viso, i polmoni si riempivano di ossigeno, senza più il “minuscolo killer” a farmi compagnia, era una sensazione unica.

Anche la prima scarcerazione era stata fantastica, ma stavolta era diverso, come se la stessa liberta mi dicesse “benvenuto ci eri mancato”.
Il pullman era davanti al carcere, una volta salitoci, non vedevo l’ora che partisse.
Avevo perso l’abitudine alla libertà, volevo solo allontanarmi, non importava dove mi portasse il bus, sapevo solo che era lontano da li. Il sogno di ricominciare a ricostruire una nuova vita era quasi svanito nel nulla nella “sezione Covid”. Questi tre mesi non li dimenticherò mai, saranno per sempre parte della mia memoria, nonostante la mia volontà di cancellarli.

E. A.

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Emergenza o libertà  - Rivista n° 14 (Marzo 2020)

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