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Martedì, 11 Aprile 2017 11:56

Addio scopino…

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Finalmente, dopo anni di richieste, ultime delle quali quella del Garante Nazionale nel suo rapporto al Parlamento, una circolare del D. A. P. del Ministero della Giustizia manda in soffitta dodici aberranti termini usati esclusivamente in carcere per sostituirli con altri appartenenti al mondo “esterno”.

Scompaiono quindi gli anacronistici domandina, portavitto, scopino, sostituiti da modulo di richiesta, addetto alla distribuzione pasti, addetto alle pulizie e anche la cella non deve più essere chiamata così, ma camera di pernottamento.
Secondo il DAP sono state eliminate le parole che possono favorire “l’isolamento del detenuto dal mondo esterno” e creare “ulteriori difficoltà per il possibile reinserimento", consapevoli di come “in ogni comunità il linguaggio svolga un ruolo fondamentale, soprattutto per il carcere”.
Tutto bene quindi? A sentire i pareri che circolano non sembra così. Nel “Buongiorno” della Stampa di giovedì 06.04.2017 l’editorialista Mattia Feltri faceva notare come tra le mille difficoltà che quotidianamente si devono affrontare in carcere quella dell’adeguato linguaggio è davvero l’ultima e pareri negativi erano anche quelli espressi nell’articolo sempre sulla Stampa in Cronaca di Torino.
Non sono assolutamente d’accordo. Vivo in carcere da circa dieci anni e, purtroppo, conosco personalmente le ardue difficoltà che minuto dopo minuto si devono affrontare, ma credetemi quella dell’infantilizzazione dovuta all’uso di ridicoli termini non è da meno. Oltre che limitare la libertà personale anni di detenzione annientano l’essere umano attraverso il subdolo e inconscio meccanismo psicologico denominato carcerizzazione. Varcato il fatidico portone si entra in una dimensione dove il tempo, i diritti, gli affetti e le speranze assumono connotati sempre più sfumati. Più passano gli anni, più quel filo, spesso molto sottile già in partenza, che unisce al mondo di fuori si spezza, lasciando come unica realtà quella alienante del carcere. Quella dove ogni richiesta va compilata in un modulo che fino a ieri veniva chiamato domandina nel quale bisogna esordire con “Alla Signoria Vostra…” e che definiva scopino un uomo di magari 60 anni che si occupa per 90 euro mensili di tenere pulita un’intera sezione.
Accettare di essere chiamato spesino è degradante, umiliante e invece di valorizzare le potenzialità insite anche nel peggiore le frustra e le svaluta. E a furia di compilare domandine inconsciamente ci si autoconvince che solo quello è il livello di maturità  che ci meritiamo. Una volta che la carcerizzazione si è ben radicata nel soggetto, questo, quando uscirà si sentirà sempre più fuori posto, disorientato e desideroso di ritornare al più presto nell’unico universo accogliente che conosce, ossia quello del carcere come dimostrano i folli tassi di recidiva.
Certo la strada da fare è ancora tantissima, ma non  sottovalutiamo questo piccolo ma significativo passo.

La ridenominazione delle figure professionali in carcere è datata 30 marzo 2017 con la circolare GDAP n. 0112426 del 31/3/2017, emanata dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo.
La circolare è frutto dei lavori sostenuti ed affrontati dagli Stati generali, più dettagliatamente dal Tavolo 2, in cui è stato evidenziato l’uso di una scorretta terminologia utilizzate nel gergo corrente degli istituti penitenziari, proponendo infatti l’eliminazione dei termini infantilizzanti.

Scarica la Circolare

I termini modificati

CELLA\ Camera di pernottamento
DAMA DI COMPAGNIA\Compagno di socialità
DOMANDINA\Modulo di richiesta
SCOPINO\Addetto alle pulizie
PIANTONE\Assistente alla persona
SPESINO\Addetto alla spesa detenuti
PORTA VITTO, PORTAPANE, PORTA PRANZI\Addetto alla distribuzione pasti
CUCINIERE\Addetto alla cucina
CASARIO\Casaro
STAGNINO\Idraulico
PASCOLANTE\Pastore
LAVORANTE\Lavoratore

(Redazione: G. D.; A.I.)

Foto d’apertura di Moritz Schmidt/Unsplash

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