Venerdì, 19 Gennaio 2018 19:27

Una possibile riforma o una mezza riforma?

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Le positività, i rischi e le criticità del superamento degli OPG attraverso le REMS nella nuova riforma dell’Ordinamento Penitenziario. Di questo si è parlato durante il convegno nazionale di giovedì 19 gennaio presso la Biblioteca Universitaria di Torino.

Un tema particolarmente sentito in Piemonte, sede di due REMS (Bra e San Maurizio Canavese), nonché regione commissariata per il non rispetto dei tempi di apertura delle stesse, istituite con la L. 81 del 2014.

Diritto alle cure sanitarie e custodia, garanzia della continuità dei trattamenti, pericolosità sociale alcuni degli aspetto toccati nel dibattito cui sono intervenuti Bruno Mellano, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte; Marco Pelissero, presidente della Commissione ministeriale incaricata di redigere lo schema di decreto legislativo sulle modifiche alla disciplina delle misure di sicurezza e assistenza sanitaria; il coordinatore nazionale dei garanti regionali e territoriali Franco Corleone, la componente del Comitato nazionale di Bioetica Grazia Zuffa e il presidente del Comitato nazionale StopOpg Stefano Cecconi.
Dettami che pongono la necessità in futuro di ragionare “più sui servizi che sulle strutture”, secondo l’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte. Per Antonio Saitta “bisogna riuscire a trovare soluzioni efficaci ed innovative per superare le difficoltà di accettazione dell’opinione pubblica. Per questo in Piemonte nella gestione delle REMS, affidata a privati accreditati, si ha il coinvolgimento diretto dell’istituzione, che non si limita solo a funzioni di controllo”.

Se da una parte, come sottolineato da Marco Pelissero, la possibile riforma sembra avere recepito la necessità di “garantire la continuità dei trattamenti in corso, nel caso di trasferimento presso una REMS e della possibilità di ottenere l’assistenza di sanitari di fiducia, prevedendo inoltre l’accertamento della malattia non presso le stesse REMS, ma, o in misura alternativa o in apposite sezioni in carcere”.
Dall’altra secondo Stefano Cecconi si rischia di avere una mezza riforma, in quanto “le domande da porsi sono se la riforma sostiene o indebolisce il diritto alle cura, e se supera definitivamente la logica manicomiale che prevede luoghi e trattamenti specifici. L’investimento da fare è in tutto ciò che non associa custodia e salute, aprendo al welfare locale, alle comunità inclusive”.
Per Gabriella Zuffa è proprio “il principio di autonomia quello che viene schiacciato in nome del principio della pericolosità sociale, difficile da superare quando il malato compie reati. Recenti ricerche mostrano l’importanza dell’ambiente nel moderare i comportamenti violenti. Per questo sarebbe importante capire come vengono applicate le questioni della sicurezza. Il modello dovrebbe essere quello dell’intervento territoriale, con un supporto a livello relazionale ed ambientale per garantire sostegno nella prevenzione di eventuali crisi”.
Una riforma che rischia la deriva secondo Iaretti Sodano primario della REMS “Anton Martin”di San Maurizio Canavese, se non si tiene conto che le REMS sono strutture sanitarie e non “luoghi per “parheggiare” soggetti che danno fastidio. Il concetto di malattia mentale non è lo stesso di infermità mentale”.

Per Marco Pelissero una parte di risposte a quanto rilevato durante il dibattito potrebbe essere già presente nel “testo sulle misure di sicurezza, che è in linea con la L. 81del 2014, in ottica di territorialità e residualità delle REMS”.
In conclusione a sottolineare l’importanza dell’ambiente le parole di Franco Corleone “se ora le REMS sono per lo più provvisorie, non bisogna dimenticarsi di avere mura adatte, perché non devono essere luoghi di costrizione”, convinzione che ben si presta alla citazione di Albert Camus: “La bellezza non fa le rivoluzioni, ma viene il momento che la rivoluzione ha bisogno di bellezza”.

G. B.

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