12 Settembre 2017

Recidiva zero: proiezione e dibattito nel carcere di Torino

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Se la/le visioni possono essere conoscenza, la proiezione di “Recidiva zero” e il successivo dibattito di lunedì 11 settembre presso la Casa Circondariale di Torino “Lorusso e Cutugno”, hanno dimostrato ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, come la recidiva possa essere diminuita solo attraverso opportunità trattamentali che contemplino formazione e lavoro.

Recidiva zero” è un docufilm di Carlo Turco e Bruno Vallepiano, che concentra in 36 minuti, testimonianze, parole e immagini e, come recita il sottotitolo, “Riflessioni intorno all’articolo 27 della Costituzione Italiana”. A metterci la faccia e i pensieri sono Don Ciotti, Gustavo Zagrebelsky, Bruno Mellano, detenuti, e operatori che quotidianamente varcano i cancelli degli Istituti penitenziari piemontesi. Due i file rouge dell’opera. Da una parte: “… il sistema carcere come sistema extra ordinem. Per il quale non sussiste un interesse elettorale, ma prevale la voglia di cavalcare paura e risentimento. Così le strutture carcerarie risultano in perdita ovviamente. Il problema deve essere affrontato diversamente, richiamandosi all’art. 27 della Costituzione. Il “guadagno” deve essere il reintegro della persona nella vita sociale”, come esemplificano le parole di Zagrebelsky. Dall’altra il carcere deve essere inteso come residuale perché è impossibile: “… voler fare rieducazione senza soldi. Bisogna costruire attività e dare gli strumenti per lavorare. Tutte le analisi di percorsi che prevedevano l’accompagnamento verso l’esterno, dimostrano come questo fattore abbassi la recidiva”, sottolinea nelle immagini il Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano. Concetto ripreso nelle interviste successive, in particolare da Don Ciotti: “… dove si è investito sulle persone è possibile cambiare vita, rimettersi in gioco. Bollate è un esempio, ma anche Torino”.

Il lavoro di Turco e Vallepiano, attivi da anni in lavori di documentazione sociale, suscita nello spettatore il bisogno di risposte e si rivela utile strumento di sensibilizzazione verso l’esterno, raccontando esperienze umane forti. Le domande sono suggerite dai protagonisti del video e dalle scelte stilistiche adottate. Intermezzi evocativi rappresentati con illustrazioni in bianco e nero, che scandiscono i tempi del docufilm, la lettura iniziale dell’articolo 27 della Costituzione ad opera di ragazzi ed il racconto di alcune attività da parte di operatori e persone private della libertà che vi hanno preso parte. Capaci nel loro insieme di restituire la consapevolezza che formazione, attività, scuola e lavoro in carcere sono strumenti: “utili perché ti senti socialmente riabilitato… e parteciparvi rappresenta un riscatto … questi momenti diventano ore in cui ci si sente liberi”. Dove “ i docenti sono gli unici portatori e testimoni di normalità e di uno spazio di legalità. Imparare da un interlocutore preparato che non ti giudica, permette di metterti davanti allo specchio in un altro modo”.

Una sfida quella di avvicinare il carcere all’art. 27 delle Costituzione che riguarda tutti, dal singolo cittadino ai suoi rappresentanti in Parlamento, tema al centro del dibattito successivo alla proiezione, moderato da Bruno Mellano e che ha visto la presenza oltre che dei registi della senatrice e Vicesindaco di Cuneo Patrizia Manassero, della Vicedirettrice del Carcere di Torino "Lorusso Cutugno" dott.ssa Francesca D'Acquino, del vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte Nino Boeti, del prof. Franco Prina, responsabile del Polo universitario del carcere di Torino e di Giorgio Borge, responsabile del Coordinamento regionale assistenti volontari penitenziari.
Sfida che per essere vinta deve garantire il “diritto alla sanità, al lavoro, alla scuola e l’accesso ad attività culturali” nelle parole di Boeti. Altrimenti sottolinea Prina “l’esperienza del carcere può risultare criminogena, abbruttente, infantilizzante e rompere i legami con l’esterno se non ci sussistono determinate condizioni”. Perché questo non avvenga gli esempi non mancano allora “come mai sperimentazioni come Bollate rimangono isolate? Se si vuole credere nel recupero bisogna provare a farlo” è l’auspicio di Giorgio Borge. Una richiesta fatta propria da Patrizia Manassero che nonostante “n Parlamento sia spesso la pancia a prevalere, con richieste di inasprimento delle pene” sottolinea l’importanza che non sia questa a imporsi, ma “il rapporto con territorio e sociale, per rispondere alla richiesta di competenze e lavoro che proviene dal carcere”. Intento che si cerca di perseguire a Torino come sottolinea la dott.ssa D’Aquino dove si provano ad offrire opportunità trattamentali alle persone private della libertà in questo senso perché così si: “evita la recidiva” ed anche nei confronti del personale in quanto “trattamento - dando prospettive concrete e fornendo opportunità – lavoro e formazione fanno sicurezza”.

G. B.

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